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Brevi riflessioni sul "Femminile negato"di A.Cavarero

 

Brevi riflessioni sul testo di Adriana Cavarero “Il femminile negato- la radice
Greca della violenza occidentale” – Pazzini Editore
 
 
Scrive Hannah Arendt a Jaspers : “Quel che impressiona nei campi di concentramento è che la realtà degli uomini in quanto uomini, nella loro concretezza singolare, diventa nei campi di concentramento assolutamente superfluo. L’onnipotenza dell’uomo rende superflui gli uomini. Ebbene ho la forte impressione che in tutto questo pasticcio la filosofia non sia innocente e monda di ogni macchia….”
Le parole rivolte in questa lettera dalla Arendt al suo amico e maestro portano l’autrice a compiere un audace ma molto appassionante rivisitazione sull’origine di quel pensiero occidentale che la Arendt non ritiene esente da colpe in relazione alla nascita dei totalitarismi del ’900, e che ha nel mondo greco le sue origini e i suoi principi fondanti.
Secondo Adriana Cavarero, il pensiero filosofico e la politica greca si basano su due categorie: la morte e la guerra. Morte e guerra diventano quel substratum tipicamente maschile che elimina dal proprio orizzonte la nascita come elemento fondativo e portano a vedere nel logos un prodotto tipico di un pensiero prettamente “umano” (nel senso maschile del termine ) e nell’esercizio della violenza fisica (sempre maschile) ciò che da origine alla polis.
La Cavarero dà al suo libro un’impronta decisamente femminista come d’altronde la sua formazione filosofica e le sue opere evidenziano con molta chiarezza: ciò che però mi ha particolarmente affascinato nel leggere questo piccolo ma intenso libro è l’interpretazione affascinante dei più importanti miti fondativi del pensiero politico greco, da Antigone a Pandora, da Diotima al mito di Prometeo.
E’ evidente come l’autrice voglia dimostrare non solo il ruolo subalterno e quasi nullo della femminilità nel mondo filosofico e politico greco, ma il rischio che la struttura filosofica e poltica corrono nel momento in cui “chi è escluso” tenti di mettere in discussione l’ordine precostituito: e l’escluso diventa non solo il femminile, che appunto nel testo viene volutamente definito come negato,  ma tutto ciò che non si conforma e non si omologa al già pensato e al già strutturato in termini di ideologia. Ecco riapparire le tesi della Arendt che accusano il pensiero occidentale, a cominciare da quello greco per finire con quello hegeliano, di aver dato inizio a quelle ideologie totalizzanti che quando dal piano metafisico scendono sul piano pratico possono diventare devastanti.
Ma chiunque sia escluso rimane sempre un singolo, un essere unico a cui non si può negare quel diritto alla “vita attiva” che è l’unica via d’uscita dalla omologazione e dal conformismo.
 La Cavarero e la Arendt  seguono lo stesso filo conduttore che fa della nascita e non della morte l’elemento fondativo della filosofia e di conseguenza della politica. Chi nasce è un singolo in stretta relazione con colei che l’ha messo al mondo: la figura materna crea la prima forma di relazione tra individui. Si muore da soli ma non si nasce mai da soli. Ed ecco la finalità che l’autrice vuole evidenziare nel suo libro: nascere vuol dire relazionarsi, essere parte di una pluralità dove ciascuno conserva la sua specificità, dove chiunque ,maschio o femmina , contribuisce con il suo essere a creare diversità e non omogeneità di pensiero e di azione, dove non domina il pensiero di chi “può esercitare tanto diritto quanto è la sua forza fisica” (Spinoza).
L’appello che viene lanciato da questo testo - e che ha catturato la mia attenzione di lettrice e di docente - è fare in modo che le nuove generazioni siano attive, siano partecipi di una pluralità di sentimenti,idee,conoscenze che purtroppo oggi vengono a mancare in questo “vuoto Ideologico” che vede dominare, come scrive la Cavarero, non la persona capace di pensare in maniera autonoma, ma “il grande fratello”.
 
 
 

 





Tag: docente - Filosofia - Storia - corso E -






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